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03

Feb

2010

QUEI TESORI NASCOSTI PDF Stampa E-mail
Scritto da don Marcello Cozzi   

A Palazzo San Gervasio c’è ancora chi non ha il coraggio di fare il nome di Antonio Sciarra pubblicamente; c’è chi pensa che tutto sommato si sia esagerati sul suo conto; e c’è chi fa finta di non sapere che almeno tre immobili erano i suoi prima ancora che venissero confiscati perché risultati frutto della sua attività usuraia. O forse qualcuno lo sa: forse lo sanno quelle mano ignote che da un po’ di tempo si stanno rendendo protagoniste di atti vandalici all’interno di uno di quelle strutture, quello che oggi è gestito dall’associazione Amica e che è diventato un importante punto di riferimento a Palazzo.

Ed invece stando all’autorità giudiziaria da questa mattina di questo signore sappiamo una cosa in più: che il patrimonio ricavato in modo illecito sulla pelle di tanta gente è molto più vasto di quei soli tre immobili di Palazzo San Gervasio. L’operazione di sequestro realizzata dallo SCO di Potenza su provvedimento della Procura di Melfi getta luce su una ricchezza nascosta che è pari ad almeno 2.000.000 di euro che Sciarra aveva intestato a suoi familiari tra Venosa, Genzano di Lucania oltre che a Palazzo San Gervasio.

Ci si chiede: dietro quei tanti zeri quante lacrime sono state versate? Quanta gente ha subito in silenzio? Su quante sofferenze è stato accumulato quel tesoro? E quanta gente ancora non ha detto tutto di quella violenza subita?

Ma ci chiediamo anche: quanti altri tesori nascosti ci sono in Basilicata? Quanti, anche insospettabili, hanno costruito la propria fortuna sulla vita usurata di tanta gente? E quanti, i cui nomi invece conosciamo benissimo, sono convinti di continuare a girare con le loro Ferrari impunemente solo perché le proprie ricchezze macchiate di sangue le hanno intestate ad altri?

L’ennesimo sequestro al tesoro sporco di Sciarra tolga il sonno ai signori dell’usura, turbi la tranquillità agli insospettabili e apra gli occhi a chi è rimasto ancorato all’immagine folkloristica dello strozzino di paese.
 

13

Gen

2010

A 21 ANNI DALL'OMICIDIO DI LASCIO PDF Stampa E-mail
Scritto da don Marcello Cozzi   

Quella sera Domenico Di Lascio era nel suo studio sulle sponde del lago Sirino a Nemoli. Era solo e parlava al telefono quando uno o più sconosciuti lo ferirono mortalmente. Morirà all’Ospedale di Potenza dopo un mese di agonia senza avere il tempo di dire chi lo aveva ammazzato.

Era l’11 gennaio 1989. Sono passati 21 anni senza una spiegazione, senza un solo motivo plausibile a così tanta violenza. Ma dopo 21 anni, senza un motivo e senza una spiegazione è anche il silenzio calato sull’omicidio, l’oblìo che lo ha avvolto, il senso di fastidio che si prova ogni qual volta ne parliamo.

Ma cosa c’è di più importante di una verità che non debba essere svelata? Cosa c’è di più importante della dignità di una persona alla quale non si debba restituire giustizia?

C’è un segreto così grande dinanzi al quale le persone possono essere cancellate per sempre?

Forse si. In Basilicata, si. È per questo che noi continuiamo a ricordare, a chiedere giustizia e a cercare la verità: è una questione di libertà.
 

23

Dic

2009

È NATALE! RASSEGNATI ERODE PDF Stampa E-mail
Scritto da don Marcello Cozzi   


È difficile abdicare al potere, Erode.

Ed è difficile accettare che ti possa essere tolto, soprattutto quando lo hai trasformato in un Sistema che ruota intorno a te e lo hai ridotto a una questione privata da discutere con pochi intimi nel segreto delle tue stanze.

È perversa questa tua concezione del potere, perché mentre ti convince del fatto che tu sei indispensabile alla gente, nel frattempo c’è chi – fra quelle stesse persone – si convince che per ottenere ciò che gli spetta di diritto, debba chiederlo al tuo Palazzo come un favore, e che in definitiva, tutto passa fra le tue mani: il lavoro e la pensione, restare o andarsene, il presente e il futuro, la vita come la morte.

Finché non accade però, che un giorno, qualcuno inizia a metterti in discussione, e a chiedersi se non ci sia per caso un’altra stella da seguire.
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01

Dic

2009

Da MARTORANO ai BASILISCHI PDF Stampa E-mail
Scritto da don Marcello Cozzi   

Le mafie hanno da sempre una grande capacità di rigenerarsi. Non sono pochi e non sono indolori gli attacchi giudiziari a cui devono far fronte, eppure riescono a passare indenni attraverso tante tempeste e mille bufere. Accade da sempre, accade dovunque esse si annidano.
Anche in Basilicata. Sono state stanate, stroncate sul nascere, indicate con nomi e cognomi, ma puntualmente ritornano con una straordinaria capacità di reinventarsi e ricollocarsi sul mercato del malaffare.

Ma dovunque esse siano hanno un punto debole: i soldi e il carcere. Lo capirono da subito quei grandi uomini che furono Pio La Torre e Giovanni Falcone dalle cui intuizioni nacquero due strumenti decisivi nel contrasto alle mafie: l’aggressione ai loro patrimoni e il carcere duro. Non è un caso che proprio questi due aspetti sono quelli sui quali da sempre i mafiosi di ogni razza e di ogni luogo cercano di trattare perché quelle misure vengano ammorbidite.
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