Cultura
| Da MARTORANO ai BASILISCHI |
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| Scritto da don Marcello Cozzi |
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Le mafie hanno da sempre una grande capacità di rigenerarsi. Non sono pochi e non sono indolori gli attacchi giudiziari a cui devono far fronte, eppure riescono a passare indenni attraverso tante tempeste e mille bufere. Accade da sempre, accade dovunque esse si annidano. Anche in Basilicata. Sono state stanate, stroncate sul nascere, indicate con nomi e cognomi, ma puntualmente ritornano con una straordinaria capacità di reinventarsi e ricollocarsi sul mercato del malaffare. Ma dovunque esse siano hanno un punto debole: i soldi e il carcere. Lo capirono da subito quei grandi uomini che furono Pio La Torre e Giovanni Falcone dalle cui intuizioni nacquero due strumenti decisivi nel contrasto alle mafie: l’aggressione ai loro patrimoni e il carcere duro. Non è un caso che proprio questi due aspetti sono quelli sui quali da sempre i mafiosi di ogni razza e di ogni luogo cercano di trattare perché quelle misure vengano ammorbidite. I recenti avvenimenti di cronaca lucana ci dicono che dietro il clan Martorano c’è un livello di criminalità di notevole spessore e che i Basilischi non sono mai morti, anzi, nonostante la mannaia giudiziaria, continuano a portare avanti i loro affari non accontentandosi più neanche loro dei traffici di sempre ma tendendo ad allargare la qualità e la mole economica del proprio raggio di azione. Dinanzi a ciò ci sembrano di una straordinaria efficacia le recenti disposizioni operate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Potenza in merito al sequestro di numerosi beni e patrimoni economici la cui provenienza – secondo i magistrati – profumerebbero di mafia. Si continui su questa strada, si spogli questa gente di quei soldi e quei patrimoni per i quali hanno fatto versare troppe lacrime a troppe vittime. Li si metta a nudo perché tutti prendano coscienza che le mafie non sono invincibili. Ma non basta. Per evitare che quei signori entrino in silenzio nel tessuto economico della regione occorre che non si cammini più a braccetto con loro, che non si faccia nessun tipo di affare con chi è anche soltanto in odore di mafia, che a nessuno si conceda opportunità di entrare nel mercato se ancora non sono usciti dai loro mercati, che non vengano fatti favori per evitare a chi li concede di restarne imbrigliati, che ci si guardi dagli improvvisati compagni di strada, che non si chiudano gli occhi nel nome dell’amicizia, che si prendano le distanze da certe “revisioni di vita” che sono ben altra cosa dei pentimenti delle coscienze e che non si confonda una troppo vaga carità cristiana con il senso certo della giustizia e della legalità. E che il carcere prima ancora di essere duro, sia certo. Valga anche per i Basilischi e per gli uomini del clan Martorano, come già per gli scagnozzi di Cosa Nostra o della ‘Ndrangheta. |
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